Friday, January 15, 2010

Maledetti terroni, razzisti e mafiosi. E ora chi raccoglierà i mandarini?

Destra e sinistra hanno recentemente trovato un punto di accordo: per entrambe la colpa dei fatti di Rosarno è stata della malavita organizzata, denominata in quella zona ‘ndrangheta. Mirabilmente sintetico e illustrativo  del binomio mafia-razzismo era il titolo del Manifesto: «Ku klux clan». Come diceva giustamente La Grassa attribuire la colpa alla mafia mette d’accordo un po’ tutti. E consente a tutti di ignorare la realtà. Particolarmente «interessante» è stato un articolo di Vittorio Feltri in un’inusuale veste di antirazzista schierato dalla parte dei «negri» (Feltri è uno che dice negro al negro, e se anche Feltri è sceso in campo a «favore dei negri” vuol dire che qualcosa di grave è accaduto). «E pensare che se i calabresi si alleassero con i negri e insieme combattessero i delinquenti del pizzo e degli appalti, in dieci giorni la regione più scalcinata del Paese risolverebbe ogni suo problema e cesserebbe di accusare lo Stato di non fare ciò che essa non prova neppure ad abbozzare.» Questo è il livello. Non esiste più questione meridionale, la malavita non è strettamente intrecciata con il potere economico e politico non solo del sud, ma dell’intero nazione. Basterebbero quattro pistolettate …. oramai viviamo in una realtà televisiva. Gli altri, quelli «di sinistra”, quelli che si credono sempre i più colti di tutti, non sono da meno. Ad es., Il Manifesto si sta distinguendo per una campagna di stampa molto accanita contro i «razzisti» di Rosarno.

Tempo fa avevo abbozzato un modello interpretativo del razzismo e dell’antirazzismo, quali poli antitetico-polari dell’ideologia delle classi dominanti che ho ritrovato abbastanza confermato dalle reazioni ai fatti di Rosarno. E’ interessante notare come all’interno di questi poli, il razzista può rovesciarsi in antirazzista e viceversa, poiché questa insistenza su mafiosità e razzismo si direbbe congeniti dei meridionali ben confina con il pregiudizio. Questa volta anche gli acerrimi nemici Feltri e Scalfari sono stati accomunati da un’identica preoccupazione riguardo a «chi raccoglierà le arance, i pomodori, le olive?» (Scalfari su Repubblica della scorsa domenica). Come chiariva Feltri, se i meridionali non vogliono più fare i negri qualcuno il negro dovrà pur farlo. Soltanto che ora, scriveva Feltri, è «troppo tardi. Non escludiamo che la rabbia di Rosarno possa essere contagiosa e fare danni in varie zone del Mezzogiorno, dove l’agricoltura si avvale di schiavi africani per essere competitiva e per sopperire alla mancanza di manodopera locale.» Feltri ci svela la verità delll’antirazzismo. I cittadini rosarnesi con il loro violento rifiuto dei «negri» hanno rotto un equilibrio, ecco perché si sono scagliati tutti contro di loro, destri, sinistri, a partire da quella estremi, Chiesa, istituzioni, mass-media.

C’è qualche piccolo particolare che non quadra riguardo alla «pista mafiosa»: è proprio la mafia che ha portato i «negri» in quei posti ed è la mafia che li sfrutta in vari modi. Quindi non è interessata al loro allontanamento. Applicare il binomio razzismo/mafia ai fatti di Rosarno serve ad una cosa sola: ignorare la realtà. Ormai di una questione meridionale neanche più se ne parla, quando il divario fra il Nord e il Sud del paese cresce. Quando ho letto che gli abitanti di Rosarni hanno inneggiatto a Bossi, e quando ho visto come sono stati criminalizzati da questa demenziale classe politica e intellettuale ho avuto la chiara sensazione che la sfascio del paese non è lontano.

Nonostante tutto cerchiamo di fare uno sforzo di comprensione, senza stare a giudicare dall’altro di una presunta superiorità morale o culturale. A Casarno, si è verificata una cosa orribile e tragica qual’è la guerra tra i poveri.  Fortunamente è stata meno tragica di quello che poteva essere. Nessuno è morto, sebbene alcuni siano stati feriti in modo grave. Ma altre potranno essere più gravi se non ci decidiamo ad affrontare la realtà. Per questo bisognerebbe non ergersi a giudici e cercare di capire quello che è accaduto. Tra le tante che si sono lette, il premio per la cazzata migliore spetta senza dubbio a Saviano, secondo il quale gli immigrati non solo vengono a fare i lavori che non vogliamo fare, ma vengono anche a combattere la mafia per conto nostro. Dalla cronaca sembra che invece gli immigrati se la siano presa non con la mafia, loro «datrice di lavoro», e che, a ragione, magari temono come tutti gli altri, ma se la sono presa piuttosto con le persone comuni. Secondo un giornale: «di spranghe e bastoni, gli extracomunitari, in gran parte provenienti dall’Africa, hanno attraversato la cittadina distruggendo centinaia di auto, in qualche caso anche con persone a bordo (le schegge dei vetri hanno ferito all’orecchio destro un bambino, che si trovava in auto con i genitori. Il bimbo è stato medicato e subito dimesso), abitazioni, vasi e cassonetti dell’immondizia.» Nonostante questi episodi, che accompagnono immancabilmente il conflitto acuto tra i gruppi umani,  credo che gli immigrati non siano da condannare, ma neanche gli abitanti di Rosarno. Piuttosto le responsabilità, gravi, sono da attribuire a coloro che hanno consentito si creasse una situazione del genere.

Fra i tanti articoli non ne ho trovato nessuno che abbia cercato di capire le motivazioni degli abitanti di Rosarno. Si sa sono i cattivi di turno, e non importa capire le loro motivazioni. Invece dovremmo abbondare lo schema mentale dei buoni e dei cattivi, in cui la cultura televisiva (statunitense) ci ha educato, la quale ci induce a credere di essere sempre dalla parte dei buoni, delle persone civili, educate e tolleranti fin quando i problemi li osserviamo da lontano e non ci toccano direttamente.

In rete, come al solito, capita di leggere riflessioni molto più interessanti rispetto ai giornali. Mi ha colpito particolarmente quanto scrive Antonio Catalano sul blog di «Comunismo e comunità» che riporterò più avanti  per esteso. Non conosco i Rosarnesi, né sono riuscito ad individuare un articolo che potesse considerarsi un resoconto affidabile del loro punto di vista, tuttavia, sono del parere che Catalano colga nel segno: la competizione per il lavoro, causa l’angoscia riguardo alla propria sorte, il timore di essere ridotti come delle bestie, come erano effettivamente ridotti gli immigrati a Rosarno.  È questo, io credo, che ha suscitato il rifiuto e la risposta violenta della gente di Rosarno. Bruno Bettelheim, ospite dei lager nazisti, per oltre un anno, ricorda di essere rimasto , insieme ai suoi compagni all’ingresso del campo dal «gran numero di coloro che non lavoravano e che sembravano degli scheletri ambulanti. […] Vedendoli nacque in noi la paura di poter diventare simili a loro. La maniera più facile per placare questa angoscia era credere di essere fatti “di un’altra stoffa”, e perciò di non poter mai cadere tanto in basso. La paura di affondare nello strato subumano della società della prigione – di diventare degli asociali, dei “mussulmani” – era un incentivo potente per combattere contro di loro una vera lotta di classe» (Gennaro Scala, Bruno Bettelheim e il soffocamento della personalità nel nostro tempo, )

Lasciamo la parola ad Antonio Catalano:

Ormai più nessuno (alcuni però ce ne sono ancora) pensa che gli immigrati facciano quei lavori che gli italiani non vogliono fare, questa è la filastrocca che i fessi hanno ripetuto per tanti anni e che è servita a far accettare il lavoro immigrato nei vari comparti produttivi fuori da ogni garanzia contrattuale. È chiaro che se un padrone ha a disposizione dei lavoratori immigrati che può sottopagare e per i quali non ha obblighi contrattuali questi non si fa scrupoli morali a metterlo al suo servizio per giunta con una legislazione che lo favorisce in quanto costringe tanti immigrati ad essere irregolari quindi clandestini quindi ricattabili. Questa forza-lavoro a prezzi stracciati fa gola a tutti i padroni, piccoli e medio-piccoli in particolare, e contribuisce purtroppo alla riduzione del potere contrattuale dei lavoratori locali che così si trovano a dover fare i conti con una concorrenza che li costringe a vendersi anch’essi a prezzi ribassati e a ritmi di lavoro forsennati. Quando ero ragazzo durante la stagione estiva andavo nei campi della Capitanata foggiana per la raccolta dei pomodori, peperoni, melanzane, carciofi, uva, barbabietole da zucchero. Con me c’erano tanti altri ragazzi oltre che uomini e donne adulte. Questa circostanza oggi è improponibile per il semplice fatto che ci sono a disposizione schiere di migranti (nel vero e proprio senso che si spostano di qua e di là al seguito dei lavori da svolgere nei campi) che lavorano come ciucci e per i quali le retribuzioni sono al minimo del minimo, fuori di qualsiasi tutela sindacale, che vivono accampati in bidonville dove le condizioni igieniche sono del tutte assenti, ciò suscitando molto spesso il ribrezzo della gente che vede in loro dei selvaggi.

In questo contesto la presenza degli immigrati genera contraddizioni spesso violente con le popolazioni locali che vedono in loro il segno evidente della mancanza di prospettiva per il proprio futuro. Il corno del problema non è quello di limitarsi a denunciare il razzismo e la xenofobia (che ci sono e vanno duramente contrastati) ma provare a rovesciare l’ordine dei fattori e far emergere gli interessi che sono a monte di situazioni del genere e quale potrebbe essere la giusta strada da percorrere per non rimanere ingabbiati in una logica inconcludente e funzionale alla fin fine allo stato di cose presente. Per limitarci alle situazioni tipo quelle di Rosarno, chi beneficia della presenza degli immigrati? Sono padroni e padroncini che in combutta con amministratori locali, polizie e delinquenze locali e forti di una legge che li protegge e favorisce ottengono il risultato di vedere crescere i propri profitti in modo esponenziale. Ma visto che non possono farlo senza pagare pegno riescono a deviare l’attenzione – scaricando così la contraddizione – sull’anello debole costituito dai migranti che sono quindi indicati alle popolazioni come i responsabili del degrado e quant’altro.

La sfida che bisogna lanciare perché si possa aprire uno spiraglio è quella di far capire in particolare ai giovani proletari (che spesso sono i più rabbiosi contro gli immigrati) che è loro interesse far sì che le condizioni del lavoro siano tutelate e sottoposte ad un rigido controllo contrattuale, che i responsabili sono tutti coloro che da questa situazione continuano a guadagnarci in termini economici oltre che di consensi elettorali.

I fatti di Rosarno ci costringono a guardare in faccia la realtà fuori da sentimenti pietistici del cavolo, che oltre a non servire a nulla alimentano nuove tensioni, ma sempre tenendo dritta la barra, perché è proprio in mare aperto ed agitato che si fatica di più a governare la nave ed è qui che si dimostra di avere capacità di governo. Ma questo realismo lo dobbiamo sempre inscrivere nel grande cerchio della ricomposizione delle forze sociali che non hanno niente da guadagnare da questo sistema, e che quindi hanno l’interesse a non scannarsi come i capponi di Renzo ma a trovare la strada giusta che necessariamente passa per la costruzione di un unico fronte di lotta e di organizzazione tra lavoratori immigrati e italiani. C’è nulla da fare, l’alternativa è cadere nel leghismo combinato nelle varie salse che cavalca demagogicamente le ansie e le preoccupazioni dei ceti popolari per sottometterli però alle ferree leggi della valorizzazione capitalistica.

Antonio Catalano

Antonio Catalano scrive molte cose giuste, ma, allo stesso tempo, è la dimostrazione di quanto sia necessaria una seria  riflessione sulla deriva eticistica dell’opposizione succedduta alla disfatta del comunismo come movimento storico. Il comunismo di Marx non voleva essere «dalla parte degli ultimi» nel etico-cristiano, voleva una società organizzata diversamente, più equa, più giusta e quindi più felice, e in questo senso si rivolgeva agli strati inferiori della società che avrebbero dovuto essere quelli maggiormente interessati al cambiamento, tuttavia egli si basava sempre su un’analisi il più possibile accurata e scientifica della situazione concreta, per la quale mise a punto un metodo specifico, senza la quale si regredisce ad un approccio etico, o addirittura caritatevole, che può, contrariamente alle migliori intenzioni, risultare dannoso. Dannoso, non solo complessivamente per la società, ma, talvolta, anche per i singoli che vorremmo beneficiare, accogliendoli nelle nostre ricche città, i quali spesso finiscono per essere attirati in una trappola, in particolare le donne che finiscono a fare le prostitute, ma anche i maschi che finiscono a fare gli schiavi. Essere dalla parte degli ultimi, dei migranti, vuol dire essere favorevoli comunque e in ogni caso all’immigrazione? Va fatta, al contrario, una riflessione spassionata, fredda e razionale su cosa ha significato l’esplosione dell’immigrazione dagli anni ‘90 ad oggi. Non è questa è l’occasione giusta per una riflessione approfondita, tuttavia alcune cose vanno dette. L’immigrazione non è un fatto né negativo né positivo a priori, ma a seconda dei contesti. In generale ritengo che un maggiore intreccio fra le popolazioni sia positivo, tuttavia bisogna vedere i costi che comporta e il contesto in cui si verifica. Per quanto riguarda l’immigrazione di questi ultimi decenni ritengo che sia un fattore sostanzialmente negativo. Essa è stata esplicitamente favorita a partire dalla fase hard del cosiddetto neo-liberismo per abbassare il costo del lavoro, attraverso la competizione al ribasso che inevitabilmente si crea con la forza lavoro locale in un contesto di incipiente crisi economica, Come è possibile portare avanti delle lotte o consolidare delle conquiste nel mondo del lavoro quando il capitale ha a disposizione in abbondanza una forza lavoro disposta a lavorare a un costo inferiore? Ecco perché non si può creare nessun fronte comune con gli immigrati senza una regolazione dell’immigrazione.

Come notava Cinanni, in Emigrazione e imperialismo (1968), (qui alcuni estratti)uno dei pochi studi a me noti che hanno cercato di analizzare a livello strutturale l’emigrazione/immigrazione, i paesi di immigrazione si appropriano di forza-lavoro giovane per la cui formazione non hanno sostenuto alcun costo, causando cosìun ulteriore impoverimento dei paesi di provenienza e aumentando la disparità fra nazioni ricche e povere. Nello stesso libro l’autore faceva il bilancio storico-politico ed economico di oltre un secolo di emigrazione dalla Calabria giungendo alla conclusione che l’emigrazione era stato uno dei principali fattori di impoverimento della regione, tuttora una delle più povere regioni d’Italia. E ora la Calabria si ritrova a fare i conti sia con l’emigrazione che con l’immigrazione.

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